Introduzione
Vocalismo
Consonantismo
Ho scritto questo breve testo per chi ama le lettere del medioevo, e vorrebbe avvicinarsi il più possibile, anche nelle sottigliezze, al suono e dunque all’estetica originale di quelle opere, specie quelle poetiche: essendo la poesia unione estetica di suono e significato, la fonetica vi ha un importo cruciale. Chi negherebbe che avesse più grazia la pronuncia aurea [ˈgraːtsja] rispetto alla cinquecentesca [ˈgrattsja], o che più fosse soave dir baciare [baˈʃaːre] piuttosto che milanesando [baˈtʃaːre], e che qualcosa avessero, certo per puro caso, queste pronunce di più onomatopeico?
Il fiorentino aureo è, come lo ha definito tra gli altri Arrigo Castellani, il dialetto romanzo parlato a Firenze durante la vita delle Tre Corone, Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, al cui inaudito successo letterario si deve l’adozione del fiorentino come lingua letteraria comune dei colti della penisola italiana nei secoli successivi, e che è stato a lungo imitato come modello nonostante le successive evoluzioni del fiorentino. Lo scopo di questa pagina è semplicemente spiegare come leggere a voce i testi del duecento e del trecento nel modo più simile possibile, per quanto possiamo sapere, alla pronuncia degli autori, il che viene spiegato in undici note numerate.
1. Dittongo /ˈjε/ nelle sequenze ciè-, giè-. In parole come arciere, cieco, cielo, paciere, gielo, giemo, gorgiera, leggiero, la -i- non era solo grafica, e v’era pronunciato lo stesso dittongo che in miele. Ciò già lo provano con la grafia le mani più accurate d’epoca aurea, come quelle di Petrarca o Boccaccio; Leon Battista Alberti come esempi di “mutare di lettere” dal latino indica che i toscani «dice vuole pro vole, scuola pro scola, cielo pro celo» [1]; Salviati nel 1584 continua a dire che la -i- è pronunciata [2]; a ciò si aggiungano dialetti come il moderno cortonese, ove /ˈjε/ ha dato /ˈie/ e infatti non si ha solo lìeveto “lievito” ma anche cìeco “cieco” [3]. Gerhard Rohlfs datò il passaggio /ˈtʃjεlo/ > /ˈtʃεlo/ al XVIII secolo [4]. I fiorentini, insomma, dicevano probabilmente la parola cielo /ˈtʃjεlo/, quasi come i napoletani di oggi.
2. Pronuncia di scienza e parole simili. La parola scienza era di norma trisillabica /*ʃiˈεntsa/, come si evince dalla versificazione. Ma nei versi si trova meno frequentemente anche una pronuncia bisillabica: Qual che voi siate, amico, vostro manto / di scienza parmi tal, che non è gioco (Dante). Si può presumere che si pronunciasse in quel caso /*ˈʃjεntsa/, e che il passaggio alla pronuncia attuale /*ˈʃεntsa/ sia avvenuto quando si è passati da /ˈtʃjεlo/ a /ˈtʃεlo/. La stessa situazione sembra si avesse per latinismi come sufficiente.
3. Pronuncia aperta delle congiunzioni e, nè, o. Le congiunzioni e, nè, o, che oggi si dicono nell’Italia centrale con vocali semichiuse, fino al XVIII secolo erano pronunciate con semiaperte è, nè, ò. Lo testimonia ad esempio la grafia di Trissino nel Rinascimento, come anche Bernardino Ambrogi nel 1674 [5], e addirittura nel 1728 il cruscante Anton Maria Salvini [6]. Ciò concorda con gli etimi et, nec, aut in base all’evoluzione delle vocali latine in italiano, e le forme aperte infatti sono ancora diffuse nei dialetti meridionali.
4. Raddoppiamento fonosintattico. Il raddoppiamento fonosintattico era in larga parte uguale a come si presenta oggi. Segue una lista delle parole più comuni raddoppianti o non raddoppianti, con delle note per quelle più rilevanti.
Raddoppianti
a
apo / appo †
che
chi
ciò
come ⚜
così
da ⚜
dove ⚜
fra
già
infra †
intra †
là
lì
ma
nè
o
ove ⚜
più
qua
qui
qualche
se
sè † (tu sei)
sì
tra
tre
Non raddoppianti
di
contra ◆
me’ (meglio, mezzo)
po’ (poco)
ogni
sopra ◆
† : non esiste come parola nell’italiano moderno
⚜ : oggi di fatto è raddoppiante solo in Toscana o quasi
◆ : in età aurea non raddoppiava stabilmente
Da, ove e dove causavano raddoppiamento come nel fiorentino di oggi:
Da mosconi, e da vespe ch’eran ivi (Dante)
[da mmosˈkoːni͜ ε dda ˈvεspe kx εran ˈiːvi]
Nel fero loco ove ten corte Amore (Cavalcanti)
[nel ˌfεro ˈlɔːkxo͜ ove ttεn ˈkorte͜ aˈmoːre]
O dove vince lui il ghiaccio e la neve (Petrarca)
[ɔ ddove ˌvvintʃe ˈlu͜i l ˈɟattʃo͜ ε lla ˈneːve]
Le preposizioni appo, infra e intra raddoppiavano:
Che mi scusi appo voi, dolce mia pena (Petrarca)
[ke mmi ˈskuːzi͜ appo ˈvvo͜i ˌdoltʃe mi͜a ˈpeːna]
Convien che questa caggia / Infra tre soli (Dante)
[koɱˈvjεŋ ke ˌkkwesta ˈkxaddʒa infra ttre ˈssoːli]
Nel crudo sasso intra Tevero e Arno (Dante)
[nel ˌkrudo ˈsasso͜ intra ˈtteːvero͜ ε ˈarno]
La forma verbale /(ˈ)sε/ “tu sei”, scritta se’ o sè, raddoppiava, e questo perché veniva dalla forma volgare *ses in sintassi:
Sè savio: intendi me’ ch’i’ non ragiono (Dante)
[sε ˈssaːvjo͜ inˌtεndi ˈmε kx i non raˈʒoːno]
Invece, le preposizioni contra e sopra non raddoppiavano generalmente in epoca aurea, ed infatti si diceva al tempo contradire, sopraporre, senza raddoppiamento. La pronuncia raddoppiante è dovuta alla sostituzione graduale di contra, sopra con contra a, sopra a.
Contra suo grado e contra buona usanza (Dante)
[kontra su͜o ˈgraːdo͜ ε ˈkkontra ˌbwɔna͜ uˈzantsa]
E tanta grazia sopra me relusse (Dante)
[ε ˌttanta ˈgraːtsja sopra ˈme rreˈlusse]
Come nel fiorentino moderno, geminavano la maggior parte delle parole tronche terminanti in vocale. Fanno eccezione alcuni troncamenti che principalmente si trovano prima di accento, come le parole troncate della -i (vorre’ fare, a’ fiorentini e simili), me’, po’ e pro’.
5. /l/ e /ll/ nelle preposizioni articolate. Arrigo Castellani osservò nei manoscritti del XIII secolo una regola che si manifesta «con quasi matematica precisione». Nella generazione di Dante vigeva di fatti lo scempiamento di /ll/ nelle preposizioni articolate, tranne se subito dopo vi era una vocale accentata. Ovvero: diceva davvero Dante ala riva, dela valle, trale gambe ed anche del’Universo, nelo ’nferno con una sola /l/, ma pare dicesse all’uno, dell’oro e simili con /ll/. La pronuncia sempre doppia, che è poi arrivata all’italiano odierno, comincia a mostrarsi tra le persone nate dopo il 1280, si generalizza nel secolo successivo, e di sicuro era quella usata da Petrarca e Boccaccio. Permase però una certa variazione grafica, normalizzata solo durante nel XVI secolo, poiché anche dagli autori colti tale raddoppiamento poteva essere interpretato come fonosintattico e dunque escluso dalla rappresentazione, come Petrarca fa completamente scrivendo financo a l’aura, ne l’alma, de l’orme (e specie questi due possono riuscire ambigui). In realtà tanto Boccaccio, quanto Petrarca, quanto tutti gli autori fiorentini successivi, comunque scrivessero pronunciavano di norma /ll/ nelle preposizioni articolate.
6. /s/ e /z/. Ancor oggi il fiorentino distingue /s/ e /z/, ma non praticando quasi nessuno fuor di Toscana la distinzione tra i due fonemi pare qui utile esporla brevemente con qualche indicazione. Infatti i parlanti del fiorentino, italoromanzo e quindi in origine col solo esito /s/, hanno appreso con /z/ i termini più tipici dell’aristocrazia galloromanza e gallicizzante del medioevo e i termini legati alla Chiesa. Anche i latinismi hanno sempre /z/ se possibile, tranne nel caso di composti o di parole o suffissi riconoscibili in fiorentino.
/s/
Parole popolari, lessico di base: asino, casa, cosa, così, fuso (per filare), mese, naso, peso, Pisa, pòsa, posare
Suffisso -oso: acquoso, amoroso, glorioso, pensoso, pietoso, prezioso, furioso, vergognoso
Suffisso -ese: maggese, genovese, pistoiese
Passati in -es-: appesi / appeso, chiesi, difesi / difeso, offesi / offeso, resi / reso, presi / preso, scesi / sceso, tesi / teso
Passati in -is-: risi / riso
Passati in -os-: p(u)òsi
Passati in -us-: chiusi / chiuso
/z/
Parole settentrionali e della società cortese: accuṡare, biṡogno, diṡio, léṡina, liṡo, medéṡimo, miṡura, oṡare, Pariṡi, ròṡa, scuṡare, spòṡo, uṡare, uṡo, viṡo
Suffisso -eṡe solo in alcune parole aristocratiche: corteṡe, franceṡe, marcheṡe, paleṡe, paeṡe
Termini ecclesiastici: chieṡa, paradiṡo, batteṡimo, cristianeṡimo, quareṡima
Latinismi: baṡe, caṡo, cauṡa, Céṡare, deṡerto, fantaṡia, miṡero, muṡica, pauṡa, plauṡo quaṡi etc.
Prefisso es- nei latinismi: eṡame, eṡatto, eṡempio, eṡemplare, eṡigere, eṡercito
Prefisso dis- prima di vocale: diṡarmare, diṡonesto, diṡuṡato etc.
Suffisso numerale -èṡimo: ventèṡimo, trentèṡimo, centèṡimo etc.
Passati miṡi / miṡo (questo equivalente letterario di messo), ucciṡi / ucciṡo, fiṡo (= fisso)
7. /ts/ e /tts/ nei latinismi. Nazione e azzione, prestiti medievali dai latini natio e actio, si pronunciavano rispettivamente [natsiˈoːne] ed [attsiˈoːne], uno con [ts] singolo, l’altro con [tts] doppio. Difatti nei latinismi /VtiV/ era reso /tsi/, mentre /VktiV/ o /VptiV/ erano resi /ttsi/.
/ts/
dazio < lat. datio
grazia < lat. gratia
inizio < lat. initium
ozio < lat. otium
prezioso < lat. pretiosus
sazio < lat. satius
topazio < lat. medievale topatius
vizio < lat. vitium
suffisso -izia < lat. -itia: amicizia, avarizia, divizia, giustizia, letizia, malizia, pigrizia, trestizia etc.
suffisso -azione < lat. -atio: ammirazione, costellazione, orazione, nazione, salvazione etc.
suffisso -izione < lat. -itio: opposizione, perdizione etc.
ed anche, a giudicare dalla rima:
strazio < lat. (di)stractio?
/tts/
affezzione < affectio
corruzzione < lat. corruptio
dizzione < lat. dictio
elezzione < lat. electio
fazzione < lat. factio
lezzione < lat. lectio
perfezzione < lat. perfectio
etc.
Dice ancora nel 1525 il senese Claudio Tolomei nel trattato Il Polito: «Et per dir prima di quel “z” ch’è in belleza, il suo semplice si truova chiaramente in queste dizioni “vitio, otio, esercitio”, et infiniti simili. Nè altra differenza è tra “vitio” e “pazia”, che tra ‘l suono d’una consonante sola e quello d’una geminata, come per essempio, “bela” et “bella”, “pani” et “panni”. Et quel che posto solo, fa vitio, raddoppiato farebbe vizzio. La qual cosa ciascuno facilmente conoscerà, s’egli vorrà con le sue purgate orecchie fedelmente consigliarsene». Come coppia minima si può pensare a vizzi nel senso “appassiti”, come in fiori vizzi, e vizi, come i vizi capitali. Questo uso, certo mutuato da una pronuncia del latino ecclesiastico, sembra stabile almeno tra le classi di media cultura. La pronuncia scempia in grazia è decaduta solo nel corso del XVI secolo.
8. /ʃ/ e /tʃ/. Mentre pace era pronunciato da Dante con la affricata /tʃ/ che anche oggi è considerata standard, ba(s)cio era già al tempo pronunciato con una fricativa /ʃ/, come oggi lo dicono i toscani e i romani. Difatti /ʃ/ era presente in parole latine o germaniche con /se/ o /si/, poi divenuti /sj/ e quindi /ʃ/ in volgare, mentre /tʃ/ proveniva da /ke/ o /ki/:
/ʃ/
ba(s)cio < lat. bāsium
bra(s)cia < got. *brasia
bru(s)ciare < tardo lat. *brusiāre
cami(s)cia < tardo lat. camisiam
ca(s)cio < lat. cāseum
cu(s)cire < tardo lat. *cōsīre
sdru(s)cire < tardo lat. *exdēresīre
(e poche altre)
/tʃ/
croce < lat. crucem
diece < lat. decem
fornace < lat. furnācem
luce < lat. lūcem
pace < lat. pācem
piacere < lat. placēre
tacere < lat. tacēre
etc.
9. [dʒ] e [ʒ]. La “G dolce” tra vocali invece sembra si pronunciasse già allora [ʒ] come nel toscano moderno. Dunque: dugento, fregio, pregio, ragione, rège, religione, e in sintassi frasi come la gente o i giorni si dicevan già allora con [Ʒ].
10. Le occlusive palatali /c, ɟ/. Le parole secchi “plurale di secco” e secchi “plurale di secchio” non erano omofone. Lo stesso per parole come vegghi “che io veda” (io veggo) e vegghi “tu vegli” (io vegghio). Prove di ciò non ci sono all’epoca di Dante, ma lo dicono chiaramente i grammatici del Rinascimento. Salviati anzi non solo descrive la differenza, ma si stupisce che «huomini di tanto senno» come Dante e Petrarca rimassero occhi con tocchi, in quanto lui v’udiva una differenza di suono «che dall’orecchie non si può sofferire». Questa distinzione a Firenze s’è persa solo nel XIX secolo, ma è ancora viva in alcuni dialetti toscani, nel còrso e in molti dialetti meridionali dove in genere si tratta di occlusive palatali /c, ɟ/ opposte appunto alle velari /k, g/. Per pronunciare secondo l’uso aureo si possono dunque adottare questi suoni.
11. Gorgia già nel medioevo? La prima menzione sicura della gorgia toscana è del 1525 nel Polito, e pare nel Cinquecento riguardasse solo le velari /k, g/, mentre le prime menzioni per /p t/ risalgono al XVIII secolo. Il fenomeno è parte dell’indebolimento delle consonanti scempie intervocaliche che copre, come sonorizzazione, sia le lingue galloromanze, ove si è fonematizzato, sia gran parte delle lingue italoromanze, con epicentro nell’area italomeridionale. Ma non sembra la gorgia essere antica quanto la lenizione galloromanza, e secondo il consenso dei linguisti deve essersi sviluppata nel basso medioevo. Da una parte mancano dati certi; dall’altra, glottocronologicamente parlando, considerando che il centro innovatore in cui è dapprima sorto il fenomeno è indubbiamente Firenze, non sarebbe inaccettabile ricostruire già per il tempo di Dante una pronuncia di cieco, ago almeno con occlusive tendenti alla fricazione [kx, gɣ], se non proprio come fricative [x ɣ].
[1] Leon Battista Alberti. Opere volgari. Terzo volume. A cura di Cecil Grayson. Bari, Laterza, 1973. p. 191. (Internet Archive)
[2] Lionardo Salviati. Degli Avvertimenti Della Lingua Sopra’l Decamerone. Venezia, per Domenico e Giovan Battista Guerra, 1584. p. 191. (Internet Archive)
[3] Gerhard Rohlfs. Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti 1. Fonetica. Torino, Einaudi, 1966, §84
[4] Ibidem.
[5] Bernardino Ambrogi. Chiave della toscana pronunzia intorno al chiudere delle vocali e ed o. Firenze, All’Insegna della Stella, 1674. pp. 46, 55, 61. (Google Libri)
[6] Anton Maria Salvini. Della pesca ê della caccia (traduzione da Oppiano). Firenze, Tartini e Franchi, 1728. (Google Libri)
[7] Michele Loporcaro. L’origine del raddoppiamento fonosintattico: saggio di fonologia diacronica romanza. Basilea e Tubinga, Francke Verlag, 1997. pp.
[] Arrigo Castellani. Nuovi testi fiorentini del dugento. Volume I. Firenze, Sansoni, 1952. pp. 28-34
[] Lionardo Salviati. Degli Avvertimenti Della Lingua Sopra’l Decamerone. Venezia, Domenico e Giovan Battista Guerra, 1584. p. 219. (Internet Archive)
[] Claudio Tolomei. Il Polito di Adriano Franci da Siena delle Lettere nuovamente aggiunte nella volgar Lingua. Siena, per Niccolò Zoppino, 1530.
[] Arrigo Castellani. Nuovi testi fiorentini del dugento. Volume I. Firenze, Sansoni, 1952. pp. 26-28.